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Giochi in esclusiva: l’industria videoludica e la sua ipocrisia
Giochi in esclusiva: l'industria videoludica e la sua ipocrisia

Giochi in esclusiva: l’industria videoludica e la sua ipocrisia

Se ci chiediamo qual è il più diffuso argomento che un gamer adduce per motivare la scelta di una piattaforma rispetto ad un’altra (e lasciamo da parte, per carità, il patetico fanboysmo fine a se stesso), la risposta dominante è quasi sempre la stessa: i giochi in esclusiva.

Gli stessi publisher: Sony, Microsoft, Nintendo, fanno dei giochi first party e dei personaggi iconici, i loro più assidui cavalli di battaglia. Una lotta senza quartiere a chi riesce ad accaparrarsi, a suon di milioni, il maggior numero di esclusive per spingere la vendita delle proprie piattaforme, in realtà tutte simili dal punto di vista dei servizi offerti e delle caratteristiche hardware.

Queste strategie di marketing, non soltanto sono destinate a fallire nel lungo periodo (non è un caso che il mercato si stia spostando sempre più verso il PC), ma sono anche profondamente immorali.

I giochi in esclusiva sono immorali

La parola esclusiva deriva dal latino ex-claudere, che significa “chiudere fuori” la maggioranza delle persone. Da cosa? Da qualcosa che, appunto, è proprio di una ristretta cerchia di persone. Esclusione, restrizione: da quando il significato di queste parole ha assunto un’accezione positiva?

Le numerose testate giornalistiche che alimentano questa guerra dalla quale tutti hanno soltanto da perderci, a parte le società produttrici di console e le suddette testate giornalistiche che guadagnano click su click grazie a sterili discussioni tra fan sfegatati e bambini troppo cresciuti, hanno certamente la loro parte di colpa.

Tutta la questione dell’esclusività dei titoli videoludici è totalmente sbagliata, a partire da un’etimologia che va contro ogni principio democratico. Parole come esclusione e restrizione farebbero rabbrividire se fossero applicate in qualsiasi altro contesto. Ma proprio da queste piccole cose si può scorgere chiaramente la corruzione che i principi morali e democratici, i quali dovrebbero essere parte integrante della nostra società, hanno subito da parte di ciò che potremmo definire come una sorta di caos della modernità.

La vita è bella: vietato l'ingresso agli ebrei e ai cani
Una scena del film La vita è bella.

I nostri avi hanno lottato, talvolta sacrificando la propria vita, per rendere accessibile alla quotidianità ciò che una volta era soltanto utopia: quei principi di fratellanza e uguaglianza, che non vanno più ricercati nella complessità delle grandi questioni (che certamente hanno la loro importanza), come quella dei diritti umani o della parità di razza, sesso e genere, ma nelle apparentemente innocue questioni quotidiane, nelle quali si rivelano in tutta la loro potenza, comportamenti che sono profondamente radicati nel nostro subconscio culturale.

La cosiddetta console war e la questione dei videogiochi in esclusiva, sono certamente alcuni di quei temi superficiali dai quali traspirano chiaramente quei sentimenti di intolleranza ancora presenti nell’inconscio della moderna società umana; sentimenti che sono continuamente alimentati dall’industria capitalistica, la quale pone al centro stesso della sua esistenza il principio dell’esclusività.

Capitalismo e videogames

Il capitalismo riesce a prosperare soltanto se riesce a garantire una “scarsità” media dei privilegi, ovvero soltanto se riesce a garantire che un ristretto numero di persone possa godere di un elevato livello di benessere, nettamente superiore a quello medio. Se tutti potessimo diventare ricchi, i significati stessi delle parole “ricchezza” e “privilegio”, verrebbero a mancare per definizione e il capitalista, che aspira invece all’esclusività di quella condizione sociale, non avrebbe alcun motivo di intraprendere.

Le cose più costose non sono sempre quelle oggettivamente più belle, sono soltanto quelle più esclusive. Per lo stesso principio naturale per il quale i minerali e i metalli più rari sono anche quelli più preziosi. L’esclusività rende più ghiotta e stuzzicante agli occhi degli acquirenti ogni cosa oggetto di tale esclusività.

L’intera strategia di marketing delle console ha quasi sempre marciato su questa volontà escludente, che altro non è che un contenitore filosofico di una genetica ingordigia umana.

La comunità dei giocatori, continuando a comportarsi in maniera intollerante, coalizzandosi in gruppi religiosi di fanboys sempre pronti a innescare shitstorm (tempeste di merda) verso chiunque non faccia parte della loro setta, non fa altro che alimentare l’avidità dell’industria videoludica. E mentre i loro beniamini continuano a sfruttare la loro passione per spillargli ogni singolo centesimo dal portafogli, i veri appassionati sono costretti a rinunciare ad alcuni giochi fantastici, oppure, per chi può permetterselo, ad acquistare console su console, tutte identicamente antiquate, per usufruire di una manciata di giochi in esclusiva che sempre più spesso non sono altro che remastered di vecchie glorie di un’epoca ormai perduta.

L’arte deve essere accessibile

Il fenomeno delle esclusive diventa ancor più intollerabile quando si tratta di rendere esclusiva un’opera d’arte; perché i videogiochi sono arte, su questo non c’è dubbio, e l’arte dovrebbe poter essere accessibile a tutti nella maniera più ampia possibile.

Chi riesce a vedere la propria responsabilità storica e morale, quella di aver ereditato un mondo più giusto ed egualitario di quello dei nostri antenati, non trova nulla di esaltante nell’escludere gli altri da qualsiasi tipo di attività artistica o ricreativa. Non c’è alcunché di nobile nella felicità del fanboy appagato dalla soddisfazione di poter giocare a un grande titolo, alla faccia di chi si trova al di là di un’immaginaria e ipocrita barriera, ancor più se si tratta di un titolo di grande valore estetico ed artistico, gli unici valori che dovrebbero contare nell’industria videoludica.

Non c’è alcun futuro nella separazione, nel meschino atto di escludere. È nell’inclusione, nell’unione, nell’integrazione dei fenomeni del mondo che sta il futuro. In caso contrario, semplicemente, un futuro non ci sarà, e se dovesse esserci, non sarà qualcosa di cui potremo andare fieri.